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mercoledì 17 dicembre 2008

Cambiare Idea su Alemanno (e Veltroni)


Mesi fa, ero stato molto duro con Gianni Alemanno, il sindaco di Roma.

Nei suoi primi mesi di governo, Alemanno sembrava che disfacesse molte eredità positive della giunta Veltroni: strisce blu, opere pubbliche, Notte Bianca.

Eppure, con il passare del tempo, le scelte di Alemanno sono apparse più chiare, così come il lascito del centrosinistra.

Le strisce blu sono state ripristinate, su una base più equa. I progetti chiave del trasporto pubblico (linee metro B1, C e D) non sono stati né bloccati né rallentati.

Ma tutto questo sono briciole.

Le inchieste di Report sul Piano Regolatore di Roma e sulla gestione dell'immondizia hanno mostrato chiaramente che l'enorme deficit di 10 miliardi lasciato da Veltroni, non è la solita propaganda sparata dalla destra quando sale al governo. Le inchieste mostrano come la sinistra romana abbia abdicato ad essere sinistra, dando l'impressione di servire gli interessi di palazzinari come Caltagirone (pardon, Re di Roma), e altri privati come Cerroni (per i rifiuti, alias Oro di Roma) e Romeo (per la manutenzione delle "strade d'oro"), piuttosto che l'interesse pubblico collettivo.


Appalti milionari per costruire una rete di potere (forse il famoso Modello Roma?) in barba a elementari esempi di gestione economica offerti da altre capitali europee. Con quale credibilità il PD di Veltroni può parlare di "risolvere i problemi degli affitti", quando a Roma ha saputo nell'ordine:

non creare partnership pubbliche-private nella costruzione di nuovi alloggi per calmierare i prezzi; non costruire case da affittare, ma cubature da vendere; non promuovere una nuova architettura eco-sostenibile e giovani talenti (i privati costruiscono in modo identico al minor costo senza esternalità positive per la collettività); affidare tutto ai privati per incassare qualche soldo in "oneri di concessione", con l'effetto di creare nuovi quartieri in mezzo al nulla, senza infrastrutture di collegamento decenti.


Come può ergersi il PD a difensore dell'ambiente?, quando a Roma ha rinunciato a constrastare lo strapotere di un monopolista privato (!) sulla gestione dei rifiuti con evidente sfregio nei confronti dell'ambiente, la salute dei cittadini di Malagrotta e le tasche di tutti i contribuenti romani che pagano le tasse sull'immondizia molto più di quello che sarebbe necessario se il monopolio fosse pubblico anziché privato (come insegna Economics 101).


Come può Veltroni parlare di questione morale? quando a Roma la manutenzione stradale costa 80.000 euro al km contro i 5.000 di Bologna?


Nell'ultimo caso, Alemanno ha stracciato l'appalto con Alfredo Romeo, sta ripianando dolorosamente il bilancio comunale, mostrando un senso di responsabilità economica.

Intervistato da Report, ha dichiarato di volere che il Comune costruisca una discarica di sua proprietà, in modo tale da passare gradualmente ad una gestione pubblica dei rifiuti.

Alemanno si è finora mostrato molto lontano dagli interessi dei palazzinari, e all'epoca era stato molto scettico sul Piano Regolatore.


In breve, Alemanno si sta rivelando un bravo gestore della cosa pubblica. Non c'è che da augurarsi che continui così e che mantenga le promesse fatte sui rifuti e le case popolari, nonostante i vincoli di bilancio.

giovedì 20 novembre 2008

Mastella strikes back! (vel De Selectione Dirigentium Piddinorum)


Riccardo Villari (Napoli, 15 marzo 1956), proveniente da una famiglia di medici, ha proseguito la tradizione laureandosi in medicina e diventando un esperto di epatite C.
Ha iniziato a fare politica nei Cristiani Democratici Uniti di Rocco Buttiglione; secondo quando raccontanto da Mastella fu l'ex ministro a convincerlo a trasferirsi nell'UDEUR, nominandolo segretario regionale del partito. Villari, dopo esser divenuto consigliere regionale, passò poi con i rutelliani e si propose come responsabile della Margherita in Campania ma venne sconfitto da Ciriaco De Mita che però, ben impressionato dal rivale, lo propose senza successo come candidato sindaco di Napoli.
Riccardo Villari fu eletto deputato alla Camera al termine delle elezioni politiche del 2001 nel collegio uninominale di Pomigliano D'Arco, confermò il suo seggio anche cinque anni dopo nella circoscrizione Campania 1 con le liste dell'Ulivo. Trasloca al Senato nel 2008, candidandosi con il Partito Democratico nella regione Campania.
Il 13 novembre del 2008 viene eletto con 23 voti presidente della Commissione Vigilanza della RAI: le preferenze gli arrivano principalmente da esponenti del PDL, mentre l'opposizione (composta dal Partito Democratico, da Italia dei Valori e dall'UDC), a cui tradizionalmente tocca la scelta dell'incaricato, si era schierata con Leoluca Orlando con la sola eccezione di due votanti.
Fonte: it.wikpiedia.org

martedì 18 novembre 2008

Obama & PD/ Almeno imparare qualcosa

Tra una festa per Obbbama e una bega interna, una lotta sulla RAI e il solito nulla cosmico, forse gli intelligentissimi vertici del PD, nel tepore del loro loft, potrebbero imparare un paio di cose dai loro colleghi americani. Certo, non è divertente come tradurre uno slogan in "se po' ffà".

1) Il territorio.
Per chi per anni ha creduto nel partito leggero e virtuale, la vittoria dei Democratici dev’essere un brusco risveglio. Gli USA sono simili all’Italia per il fatto che in entrambi i Paesi, la sinistra è una minoranza strutturale. La crisi dell’economia e di Bush non sarebbe stata sufficiente a chiudere il gap di consensi. Obama non ha vinto soltanto nella sua Tosco-Emilia-Romagna, ma ha saputo conquistare anche territori ostili come Virginia, North Carolina, Indiana che sono conservatori all’incirca come i nostri Piemonte (non-Torino) e Veneto.
I Democrats sono, è vero, un partito leggero. Ma la campagna elettorale, per le primarie (vere) e le presidenziali, impone ai partiti di assumere una forte presenza sul territorio per circa due anni. La struttura degli Obamisti è stata formidabile e meticolosa, per partecipazione e strategia. Volontari dal Texas e dalla California venivano spediti regolarmente in Stati incerti come Ohio e Nevada.
Per capire questo, in realtà, bastava studiare i risultati della nostra Lega Nord, abile a farsi percepire presente nelle classi operaie del Nord. Adesso, dopo Obama, non ci sono più scuse per il PD.

2) Il cambiamento.
Perché il tuo messaggio di novità sia credibile, non basta la retorica, capito Walter? In Italia non abbiamo una questione razziale, quindi tingersi la pelle di nero non ti aiuterà. Come neanche “avere più donne”, se queste tanto non contano nulla. Gli Italiani sono talmente disillusi con la politica che basterebbero due cose perché un partito sia credibile nel presentarsi come nuovo. Uno svecchiamento della classe dirigente e una linea chiara di azione, ossia niente litigiosità interna.
Il cambiamento di Obama, ovviamente, è più ampio del suo colore. E’ anche la promessa di una politica meno rissosa e meno dinastica, dopo venti anni di bushistas e clintonistas. In America ha soprattutto significato tornare a parlare del potere d’acquisto, sotto la forma del “ridiamo slancio al sogno americano”. Dunque, una componente emozionale, ma fortemente legata a problemi concreti vissuti ogni giorno dalle persone.

In Italia, il PD finora non ha promesso né una politica concreta, né la fine delle dinastie politiche. Ci è rimasto solo il sogno di Walter di volerci tutti più bene. Ma evidentemente, questo non basta a nessuno.

giovedì 30 ottobre 2008

Scuola/ Li Chiamavano Fascisti

Leggo preoccupazione e sorpresa in molti giornali e blog italiani a proposito dell’ascesa del movimento studentesco di destra, il Blocco Studentesco. L’usuale accostamento al Ventennio, lo squadrismo e l’immancabile etichetta “sono tutti neo-fascisti”. A volte senza il “neo”.

Dieci anni fa Berlusconi cominciò a chiamare i propri avversari politici “comunisti”, label che non ci hanno più tolto. Negli ultimi due anni, anche buona parte della sinistra ha imparato lo stesso giochino. Ricordo alle elezioni comunali dello scorso aprile, che più di un parente mi chiese se avrei mai potuto votare “un fascista come Alemanno”.

Forse occorre un chiarimento. Sono nato nell’84 e come tutti i giovani under 25 sono cresciuto nell’era berlusconiana della tv. Un’età che sarebbe sbagliato definire ideologica, perché ne è l’esatto contrario. Sono gli anni del disinteresse, del ritorno al personalismo, della sfiducia nel futuro come conseguenza della sfiducia nella società. Sono anche anni in cui la memoria storica, nei giovani e giovanissimi, è diventata sempre più evanescente, se non assente. Sono anni semmai orwelliani, in cui non sapere, fregarsene e dire “fanno tutti schifo” non ha più lo stigma del qualunquismo, ma è pensiero se non comune, “figo”.

Certo, anche a me fa uno strano effetto scoprire che tantissime occupazioni nei licei romani le hanno fatte i ragazzi del Blocco. Alla fine dei ’90 le occupazioni di sinistra si fecero sempre più rare (e duole dirlo, velleitarie). Nella maggior parte delle scuole regnava l’apatia politica. Oggi c’è un ritorno all’azione, ma da destra.

In questo video, è racchiuso tutto lo scollamento della sinistra italiana dalla società a cui dovrebbe fare riferimento. Il Blocco grida “siamo tutti studenti”, la sinistra li attacca: “fascisti!”. In una situazione in cui la scuola pubblica è in pericolo, bisogna essere alleati e non avversari. E’ ovvio che il Blocco riscuote più consenso.

Se c’è una nota positiva nella generazione dei ’90 è che il qualunquismo cova in sé anche il pragmatismo. Il Blocco piace perché parla soprattutto di cose reali, come i pannelli solari sui tetti delle scuole, più ginnastica, maggiori fondi per i laboratori scolastici. Un sindacalismo concreto, ormai dimenticato dalla sinistra, che, quando occupa una scuola, nella migliore delle ipotesi organizza il laboratorio sul Kurdistan. E’ vero ci siamo tutti divertiti con le retrospettive collettive su Stanley Kubrick. Ma non si può vivere della rendita di un ’68 ormai lontano 40 anni.
Questi ragazzi del Blocco avevano anche dei manganelli, spesso fanno il saluto romano e ripescano nell’immaginario mussoliniano. Beh, direbbe un giovane cresciuto a pane ed MTV, le magliette del Che o di quel barbuto di Marx, la Bandiera Rossa e il pugno chiuso “non so’ la stessa cosa, cioè?”.

Se vogliamo evitare di consegnare ulteriori generazioni di giovani alla nuova destra, suggerisco di smettere di chiamarli acriticamente “fascisti” o “pericolo per la democrazia”. Cominciamo ad attaccarli sui problemi reali. Su quanti risultati portano a casa, se sono efficaci nelle loro lotte. Se siamo noi più efficaci. Nell’età non-ideologica contano i fatti, il passato è ormai “senza appeal”. Se sapremo essere più concreti di loro, il loro apparato di nostalgie, coretti e “ultraviolenza” sarà semplicemente ridicolizzato come “stupido fumo senza arrosto”.

Il problema è che i ridicoli che scandiscono messaggi invecchiati e senza sostanza, oggi siamo noi. Forse per capire e contrastare i nostri nuovi avversari, bisognerebbe riguardare “Arancia Meccanica”. Stavolta, durante la proiezione, senza fumarsi le canne o trescare.

domenica 5 ottobre 2008

Obama può risvegliare le Sinistre dal coma


Meno di 30 giorni ad un’elezione americana che, senza esagerare, deciderà le sorti del mondo almeno per un’altra generazione.
Se vincerà Obama, dobbiamo aspettarci una trasformazione del concetto di Sinistra, in modo molto più radicale rispetto alla Terza Via di Clinton (1993).


Sono passati quasi 30 anni dalle politiche economiche reaganiane. Negli anni ’90, Destre e Sinistre di tutto il mondo hanno creduto che quella che era una mera teoria economica fosse la descrizione paradigmatica della realtà. Complice la fine della Guerra Fredda (e della Storia, secondo Fukuyama) che ha permesso per 11 anni la Pax Americana, complice l’imprevedibile sviluppo dell’informatica che ha determinato un fortissimo balzo della produttività degli States, gli anni ’90 sono stati un decennio di ottimismo, di crescita globale. Il capitalismo all’anglosassone non era più uno, ma IL modello.


La portata di questi effetti una tantum è cominciata a scemare col tempo e in questi primi 10 anni del 2000 sono apparsi i chiari sintomi dell’altra faccia della medaglia.
La disuguaglianza ha raggiunto record storici, indebolendo le nostre democrazie. La globalizzazione incontrollata (ossia, senza una politica industriale, ma al massimo finanziaria) ha portato alla stagnazione dei salari reali dell’Occidente. E il risultato lo vediamo. Dalla perdita di prosperità di tanta classe media, nasce la frustrazione, la sfiducia nel futuro, la paura, l’intolleranza. Con la Destra che cavalca queste angosce e perpetua nelle sue politiche socioeconomiche questo circolo vizioso.


Agli Americani va riconosciuto il raro dono del pragmatismo. Noi Europei, invece, ci avvitiamo nell’autodistruzione, con delle Sinistre incapaci di immaginare un futuro alternativo, se non un pensiero di destra addolcito con la saccarina. E se nel culmine di una crisi storica, dove in ballo non sono soltanto i benefit dell’alta finanza ma milioni di posti di lavoro, gli Americani sceglieranno Obama, sceglieranno per tutti noi un futuro diverso.


Attenendoci al suo manifesto di governo, il senatore dell’Illinois opera una gigantesca frattura con il pensiero Clintoniano. In territorio nazionale, rompe due tabù di quarantennale durata: alzare le tasse per i ricchi e un sistema sanitario universale. Alla faccia di Veltroni (che, forse non parlando inglese, non ha capito niente del nuovo laboratorio politico dei Democrats), Obama intende fare l’interesse della classe media e non dell’alta borghesia. Uno studio del Tax Policy Center pubblicato questa settimana sull’Economist mostra come i piani fiscali obamiani favoriranno l’80% dei cittadini meno abbienti a discapito del 20% più ricco.


Riequilibrare l’economia spostando il focus dalla finanza all’industria, rianalizzare le dinamiche del libero commercio in chiave protezionista, suonano assai più radicali dei piani di una SPD tedesca, un Labour inglese o un PD italiano. Tutto ciò discende da 10 anni di riflessione sulla storia economica dell’Occidente nel Dopoguerra. Dal ricordo che i nostri 30 anni di sviluppo economico, culturale e sociale, si sono verificati su uno sfondo di politica industriale attiva, immobilità dei capitali internazionali, conquiste sindacali.


Non tutti questi ingredienti sono oggi replicabili, sia da un punto di vista economico (è difficile immaginare il ritorno ai tassi di cambio fissi di Bretton Woods) che sociale (l’immigrazione non c’era negli anni ’50-60). Ma la visione politica della Sinistra americana segna la ripresa di coscienza della funzione storica della socialdemocrazia: assicurare l’uguaglianza, favorire la classe media, creare una società più giusta nel rispetto dei diritti sociali e civili.


Chi come me crede in questi ideali non può che sperare che a.) Obama vinca il 4 novembre, b.) mantenga le sue promesse elettorali. Se queste due condizioni saranno soddisfatte, c’è da essere abbastanza fiduciosi che anche la Sinistra europea uscirà dal suo coma esistenziale.

venerdì 13 giugno 2008

Alemanno/ Il primo mese di un sindaco incompetente


Questo blog aveva tifato per Gianni Alemanno come nuovo sindaco di Roma. Forse perché avevo 5 anni quando è finita la Guerra Fredda, forse perché ritengo odioso ancorarsi alle ideologie del passato (clericalismo, comunismo, fascismo), la gioventù fascista di Alemanno non mi aveva spaventato. Anzi, la trovavo meno pericolosa dell'allineamento clericale di Rutelli, il candidato del centro(sinistra).

Non sono mancate le occasioni in cui gli istinti conservatori di Alemanno si siano rivelati deprecabili (campi nomadi, gay pride-gay village, questione prostitute), ma questo me lo aspettavo. Quello che invece salta agli occhi è la totale ingenuità dell'amministratore Alemanno. Pensavo: sarà fascista, ma magari è un sindaco capace. I primi 30 giorni di governo suggeriscono il contrario, mostrano una persona incapace di avanzare delle proposte nuove, ma tutta intenta a demolire i progetti (o le opere) della giunta precedente.

Per cominciare, in una città intelligente e moderna, come in Europa, le decisioni prese dalle amministrazioni uscenti si rispettano. Non perché gli Europei sono più buoni o più coglioni, ma proprio perché distruggere non ha senso economico. Ogni opera pubblica richiede tempo e denaro. Progettazione, realizzazione, sono dei costi perduti se non si attende che l'investimento dia i suoi ricavi. Ma soprattutto, una capitale come Roma, che aspira(va) ad essere una città globale non può permettersi il lusso di indugiare nel passato, ma deve continuamente progettare il proprio futuro. Come una bicicletta che cade se non viene pedalata.

Alemanno non la pensa così. Il Museo dell'Ara Pacis di Richard Meier può non piacere e il progetto è stato assegnato in maniera dubbia, ma ormai è lì, ed è il terzo monumento più visitato di Roma. Alemanno lo vorrebbe demolire. La Festa del Cinema voluta da Veltroni può rappresentare un investimento intellettualistico ed elitista, ma è ormai un fatto che genera introiti, posti di lavoro e reputazione globale. Perchè rimetterla in dubbio?

Alemanno, infatti, si è rimangiato questi propositi distruttivi (forse ha qualche consigliere leggermente avveduto o si è fatto due conti in tasca), ma ha svelato un'inquietante miopia di fondo.
Sulla politica del traffico, le idee di Alemanno risultano velleitarie ma devastanti. Roma è una città assediata dalle macchine. Circa 800 per 1000 abitanti, il più alto tasso d'Europa in una capitale con un enorme centro storico e poche larghe arterie.

Ma Alemanno è l'incarnazione del romano che quando esce dall'Italia, visita un'altra città, vede le cose ma non capisce come gli stranieri vivono, anzi, li depreca e si ripete, come Pangloss del Candido di Voltaire, che "Roma è la migliore delle città possibili".

I cordoli delle corsie per gli autobus? Abroghiamoli, perché i motorini che fanno zigzag tra le auto (illegale di per sè) si potrebbero fare male. Un parcheggio sotterraneo da 700 posti al Pincio che permetterebbe la pedonalizzazione del Tridente? Non controlliamo la qualità del progetto, fermiamolo tout court. Le minicar (microauto dei figli della Roma bene di Parioli e Vigna Clara - feudi della destra) cacciate dalla Zona a Traffico Limitato? Ma no, che tornino nel centro storico, sono la soluzione al traffico! e chissenefrega se i loro standard di sicurezza sono peggiori di una falsa fiat made in China.

Ma la decisione più strampalata ha delle gravi ricadute economiche e diseducative. Il classico piccolo Romano di destra è convinto di due cose: A) che i parcheggi a pagamento (strisce blu) si devono fare solo quando il trasporto pubblico è efficace. Non capisce affatto che l'efficacia del TPL è direttamente proporzionale a quante meno auto circolano. In tutte le città del mondo sviluppato, i sindaci regolano duramente non solo la sosta, ma anche il possesso delle auto, per rendere il TPL profittevole, efficiente nelle frequenze e nei tempi. B) la società che gestisce le strisce blu, la STA, è presieduta dalla moglie di Rutelli (scelta orribile, condivido)..ma perciò, tutte le multe se le intasca la sig.ra Palombelli Rutelli! Il sillogismo del Romano de noantri mostra chiari segni di cedimento nel distinguere concetti come "management" e "appropriazione indebita di fondi pubblici".

Sullo sfondo, il nuovo governo Berlusconi abroga l'ICI sulle prime case. Ci guadagnano i cittadini, ma ci perdono i Comuni. E quello di Roma è il più colpito: -300 milioni di euro all'anno. Ma Alemanno il Naif non ci pensa. Appellandosi a una discutibile sentenza del TAR (tribunale amministrativo regionale), il sindaco SOSPENDE indefinitamente il pagamento della sosta sulle strisce blu! Ossia, -47 milioni di euro all'anno per il Comune (pardon, la moglie di Rutelli), oltre al taglio dell'ICI. Ma soprattutto, qual è il messaggio per la cittadinanza? Che in una città già assediata dal traffico, dai cantieri di due linee metropolitane, di una nuova stazione ferroviaria e una nuova tangenziale, si potrà continuare a usare impunemente l'automobile come prolungamento del proprio culo.. Evviva le esternalità negative!

In conclusione, può essere che Alemanno col tempo acquisti confidenza con il suo nuovo ruolo di amministratore, dove non c'è posto per le ripicche ideologiche né tempo per rivedere decisioni già avviate. Dopotutto, AN è un partito che a Roma non ha mai avuto esperienza di governo e deve imparare. Ma se i segnali sono questi, resta un forte scetticismo che i prossimi 5 anni per Roma non saranno un periodo di sviluppo.

lunedì 9 giugno 2008

Riflessioni/ Sui Gay Pride in Italia

Quest'anno non ho potuto partecipare al Pride di Roma, perché mi trovo all'estero. Ma leggendo i giornali e altri blog, mi sembra che sia stato un vistoso flop rispetto all'anno passato. Il contesto ovviamente era diverso. Un anno fa si sperava ancora di arrivare ad una legge per le unioni civili, l'attenzione mediatica era al massimo, occorreva dare una forte risposta al rigurgito reazionario del Family Day, al potere era un governo di centro(sinistra). Oggi, i gay italiani vivono un momento di sfiducia, impotenza e delusione. C'è la prospettiva di un quinquennio clerical-fascista al governo che dei diritti LGBT ci si fa uno spumone.

Ma soprattutto, come Luxuria ha intelligentemente notato, dopo 14 anni di pride e rivendicazioni ci si strugge ancora nell'amletico quesito "pride sì, pride no". Trans sì, trans no. Cravatta sì, cravatta no. O forse. Tutto questo mi ricorda il Moretti indeciso se andare alla festa in Ecce Bombo.
Tra due giorni la Norvegia diventerà il quarto paese europeo (e il sesto nel mondo) a legalizzare adozioni e matrimonio per i gay. Le stesse richieste sollevate dai nostri pride. Ma come ci sono arrivati gli altri Paesi?

Io vorrei che i nostri gay italiani aprissero gli occhi. Che capissero che per avere questi diritti, non basta andare in una piazza con i trans o un sit-in con i professionisti in giacca e cravatta (gli "insospettabili" delle chat). Cosa se ne fa un gay italiano del matrimonio omosessuale, se si vergogna di essere gay? Cosa fa? Si sposa in gran segreto e lo nasconde alla mamma e ai colleghi di lavoro? E poi? Adotta un bambino e lo nasconde in cantina? Questo forse lo farebbero in Austria.

Spero che con questi 5 anni di Berlusconi, i gay italiani non si lascino andare nella sfiducia ma prendano coraggio e forza in se stessi. Combattano quotidianamente. Facciano la politica di ogni giorno. Siano se stessi, non ostentino ma neanche nascondano la loro omosessualità ovunque si trovino: tra amici, in famiglia, al lavoro.
E, dall'altra parte, che le associazioni LGBT si concentrino su 3 obiettivi più realistici del matrimonio gay, ma che gettino le basi per la battaglia di domani:

1) aumentare la presenza dei circoli (e dei locali) sul territorio. Ce ne vorrebbe uno per ogni capoluogo.
2) spingere perché aumenti il numero di istituzioni locali (comuni, province, regioni) che riconoscano le coppie di fatto, anche se a livello simbolico.
3) con la destra al potere, lottare per avere una legge anti-omofobia, anti-hate crime. Questo sarà tanto più facile quando il Trattato di Lisbona entrerà in vigore (Irlandesi permettendo), dato che darà protezione costituzionale all'orientamento sessuale.

Coraggio! Non arrendiamoci! Ma soprattutto, non vergognamoci!

martedì 1 aprile 2008

Riflessioni/ L'Italia era nel Comecon

Le elezioni italiane del 2008 segnano una svolta epocale per la significativa riduzione dei partiti rappresentati in Parlamento. Tuttavia, testimoniano anche la scomparsa della socialdemocrazia dal nostro Paese. Il tempo dirà se sarà stato l’inizio di un lungo letargo o se il 13 aprile sarà proprio la data della sua morte. E questo dipenderà da come si evolverà la visione del PD.

Il Partito Socialista scomparirà dal Parlamento, non tanto per colpa dell’attuale legge elettorale, quanto perché paga ancora il prezzo della sciagurata corruzione morale dei suoi dirigenti di 25 anni fa, che lo ha ridotto al rango di nanetto da giardino della politica. Per chi ancora ravvisa in Bettino Craxi delle qualità da statista, queste qualità sono più che compensate dagli inquantificabili danni che quest’uomo ha imposto all’Italia e all’ideale che il PSI incarnava.
Dall’altra parte, per 12 anni (1996-2008) il PDS prima, i DS dopo, hanno rinunciato a rendere la socialdemocrazia un’autonoma forza di governo, relegati come erano nel ruolo di mediatori tra le forze cattoliche e comuniste del centro-sinistra inventato da Prodi. Formula, va ammesso, che si è rivelata fallimentare e suicida solo a posteriori, dato che siamo stati “tutti dell’Ulivo” per tanti anni.

Ma per quale motivo la dirigenza PDS-DS ha intrapreso quel percorso che si è concluso con la nascita del PD, con la fusione di un’idea socialista con il riformismo cattolico?

Se credevate che l’Italia abbia avuto 50 anni di governi cattolici con la DC, vi sbagliavate. L’Italia era un Paese del Comecon, il Patto di Varsavia, il blocco comunista. In nessun altro Paese occidentale, i post-comunisti hanno dovuto vergognarsi così tanto di quello che erano stati. Hanno creduto anche loro alla propaganda di Berlusconi e hanno creduto di essere eredi di Stalin, e non di Berlinguer. Dei gulag, e non degli asili di Reggio Emilia. In Repubblica Ceca e in Ungheria, in Estonia e in Romania, nessun partito socialista ex-comunista ha smesso di aspirare a governare e di chiamarsi PDS o PS. Nonostante i regimi dittatoriali da cui provengono, una volta reinventati non hanno più chiesto scusa. La socialdemocrazia è scomparsa solo in Polonia. E in Italia.

Noi ci siamo arrivati con la demonizzazione di Berlusconi (per il quale motivo, era necessario governare “a tutti i costi”, con i Mastella e i Bertinotti, motivando intere campagne elettorali per negativo, contro Berlusconi e non per un ideale di miglioramento sociale) e con lo scarso coraggio delle dirigenze D’Alema, Fassino e Veltroni a presentare la propria faccia alle elezioni per correre da soli (1996, 2001, 2006) e diventare l’unico referente maggioritario della sinistra di governo.
Nel frattempo, i nostri mostri reali, i Cattolici, non hanno mai abiurato alle bassezze etiche della lunga, cinquantennale, epoca democristiana: i fini machiavellici, l’ipocrisia morale, le alleanze con la criminalità organizzata, il clientelismo reso istituzionale. Nessuno, a sinistra, ha mai ritenuto opportuno insistere per tagliare i ponti con la Prima Repubblica. Nessuno ha mai chiesto a qualcuno di rendere conto di quella lunga stagione, dove sono germogliate tutte le odierne anomalie italiche. La parola d’ordine era corteggiare i voti moderati cattolici, essere “presentabili”, con chi presentabile non lo era mai stato. E mentre il centrosinistra rifioriva di galateo, la ricostruzione del nostro passato recente è stata lasciata nelle mani dei media di Berlusconi, con le sue chiacchiere, bugie (la sinistra che è miseria e morte) a diventare incontrastate verità storiche nell’immaginario collettivo di buona parte d’Italia.

Veltroni si è svegliato in ritardo e prova con il PD quel che il PDS doveva provare 12 anni fa. Ma il prezzo che l’Italia paga e pagherà per questi ritardi, queste scelte sbagliate, è altissimo.
Il mancato ricambio della classe dirigente (perché nelle megacoalizioni è facile nascondersi dietro a foglie di fico quando si perdono le elezioni, sono deresponsabilizzanti), la perdita della laicità come caposaldo dell’alternativa alla destra, lo smarrimento di un’etica forte e della giustizia sociale.

La scomparsa della socialdemocrazia.

sabato 16 febbraio 2008

I 12 punti di Veltroni/ Cosa mi delude

Non mi sorprende che da questo manifesto sia assente una qualsiasi menzione ai diritti per le coppie di fatto e per i gay. Il 2007 in Italia è stato come una nube radioattiva per questo tema: se ne riparlerà quando l'ultimo atomo di uranio sarà decaduto.

Vediamo come il PD rilancerà l'Italia:
- Istruzione: le nostre università, in deficit di meritocrazia, autonomia e finanziamenti, vedranno i loro problemi magicamente risolti da centinaia di nuovi alloggi per studenti. E certo, mica vogliamo mettere il numero chiuso! Creiamo una stanza per ognuno dei 180.000 studenti della Sapienza!
- Giustizia: è sacrosanto che i condannati (in quale grado? al primo o al quinto? non si sa) non possano candidarsi in Parlamento. Ma è questo il solo problema che rende l'Italia un Paese anormale? O forse la lunghezza dei processi civili e penali è un male trascurabile? E' come se tra curare un cancro e un'unghia incarnita, un medico scegliesse di dare la precedenza all'unghia.

E poi, piogge di soldi a tutti. Neonati, autostrade, detrazioni fiscali... Il PD sceglie di offrire agli elettori COSE. Per il manifesto di Veltroni il sistema Italia funziona bene così: non c'è bisogno di riforme strutturali. Il mercato del lavoro non si riforma, si danno 4 euro ai precari e tutti via alla Notte Bianca! In effetti, lo stesso Veltroni ha sostenuto che "non è l'Italia che deve rialzarsi ma la politica". E questo manifesto è proprio così, cambiano le politiche ma non si pretende di cambiare il Paese. E' il modello Roma applicato all'Italia, quello degli investimenti in metrò, festival e piazze pedonalizzate. Nuovi asili nido e un po' di Gay Village per far stare buoni i pederasti.

Scompare infine, e questo è un grave passo indietro rispetto al Manifesto dell'Unione del 2006, qualsiasi accenno a: conflitto d'interessi, regolamentazione del sistema radiotelevisivo, autonomia della RAI dalla politica.

In breve: i 12 punti di Veltroni sono degli obiettivi ottimi e necessari. In un programma davvero riformista, però, sarebbero soltanto dei dettagli secondari. Risplendono di luce riflessa, solo perché dall'altra parte c'è il solito nulla di Berlusconi.

Debole. Voto: 6 --

giovedì 17 gennaio 2008

Personaggi/ Bye Bye Mastella

Il Ministro della Giustizia Clemente Mastella si è dimesso, indagato per sette capi di accusa. Insieme a lui, indagata è la moglia, presidente dell'assemblea regionale della Campania. E quasi l'intero vertice del suo partito, UDEUR, nella regione. Una sopresa? Un atto doveroso.
Che l'Udeur sia un partito che prende lo 0,6% a livello nazionale mentre veleggia sul 20% in Campania, mi è sempre puzzato molto. Qui non c'è una questione basca, ma un'evidente (e disgustosa) rete di stampo clientelare. Che Mastella sia un politico che ha fatto del ricatto la sua arma migliore mi ha sempre dato l'impressione che la sua mentalità sia analoga a quella di un camorrista che chiede il pizzo.
Non mi sorprende affatto, dunque, che ora sia indagato. Mi stupivo del contrario. Ma la colpa non è soltanto sua. E' un'intera classe dirigente, attaccata ad anacronistici cliché, che come permette a Mastella di diventare il peggiore ministro della giustizia della storia repubblicana, in altri casi non esita a stringere patti con la mafia in Sicilia per interessi elettorali.
Adesso, in Italia, si parlerà dell'opportunità, del tempismo, dei modi con i quali queste accuse sono state espresse. E' un paese, il nostro, che non ama perdersi nei giudizi di sostanza. Amiamo la forma, i capri espiatori, le ballerine seminude e le serate da Vespa. Perché mettersi ad analizzare il contenuto delle indagini? We love bella figura.

lunedì 14 gennaio 2008

Rabbia/ Demenza Senile al Quirinale

Che differenza c'è tra queste due foto?
Nessuna. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha dimostrato di nuovo non essere all'altezza della sua funzione istituzionale. Forse sono gli 83 anni che compirà a giugno, ma il vecchio è piuttosto permaloso. A dicembre si è infastidito perché il New York Times parlò di depressione collettiva italiana. Oggi, se la prende con l'UE, colpevole di essere troppo severa sul problema dei rifiuti in Campania.
Napolitano se la prende dunque col bambino che grida "nudo" all'imperatore.

O i fasti del Quirinale gli hanno dato alla testa (e scambia le tonnellate di merda che affliggono la Campania con le brioches di Maria Antonietta) oppure incarna uno dei peggiori vizi italici: i panni sporchi si lavano in casa.

Ti scaricherei un po' di rifiuti nel giardino del Quirinale, sotto le tue belle finestre.

venerdì 11 gennaio 2008

Wrestling/ Unicredit vs Banco di Sicilia


I media italiani, insolitamente, non stanno coprendo adeguatamente un evento di grandi conseguenze per il futuro della Sicilia (e dunque dell'Italia): la lotta di potere che si nasconde dietro il Banco di Sicilia.

La storia è questa: nella primavera 2007 Unicredit, la più grande banca italiana per capitalizzazione, compra Capitalia. Unicredit è una delle poche imprese italiane realmente globali: è fortemente attiva in Germania, in Polonia, nell'area balcanica; è la settima banca più grande del mondo. Il merito si deve in gran parte a un management dinamico e capace, abile a introdurre in Italia criteri di gestione di stampo internazionale. Come in ogni fusione, l'istituto guidato da Alessandro Profumo (nella foto) desidera implementare i propri parametri di gestione nei nuovi istituti controllati, per rendere coerente ed efficiente la propria mission aziendale. Questo si rivela impossibile nel Banco di Sicilia, una banca che faceva parte del gruppo Capitalia guidato da Cesare Geronzi e Matteo Arpe.
Il BdS è una banca controllata in parte dalla Regione Sicilia, dove si mescolano da decenni politica e affari (per non dire di peggio) e il credito è erogato alle imprese secondo criteri non strettamente finanziari. Tale mentalità, evidentemente, non era mai stata attaccata dal tanto acclamato giovane Matteo Arpe. Difatti, il recente tentativo da parte di Unicredit di rimuovere la dirigenza siciliana e sostituirla con manager provenienti da Milano sta provocando una vera e propria insubordinazione , ai limiti dell'illegalità, da parte di Salvatore Mancuso, l'ex leader del BdS.

Solidarietà per il vertice del BdS non si è fatta aspettare. Il presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro dell'UDC (sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa) ha espresso il proprio sostegno, come anche molti parlamentari di FI di origine siciliana. Su La Repubblica di oggi, Micciché (FI) spiega come Profumo non può trattare 5mln di Siciliani con le logiche di mercato. Vuole applicare in Sicilia un modello accademico che può funzionare in Inghilterra, in Germania e a Milano, ma non al Banco di Sicilia.

Viene da chiedersi, e come mai On. Micciché? Mentre la Confindustria siciliana mostra incoraggianti segnali nella lotta contro la mafia e il suo racket, appare preoccupante il suo silenzio sulla vicenda. Eppure, sono proprio le imprese siciliane che avrebbero molto da guadagnare da un accesso al credito trasparente e moderno, attraverso un istituto proiettato a livello globale. Silenzio assordante anche dalla Banca d'Italia, che evidentemente non ritiene opportuno nemmeno emettere un comunicato stampa in cui si esprima della preoccupazione. Per non parlare del Governo o del PD, troppo impegnati in logiche di potere totalmente avulse dalla realtà del Paese. Proprio quando sarebbe importante che le istituzioni esprimessero sostegno ad Unicredit nel far valere la legalità e un possibile circolo virtuoso di sviluppo per la Sicilia.

Ma forse anche loro sono dell'idea, come Micciché, che la Sicilia debba per sempre rimanere ai tempi del Gattopardo.

lunedì 10 dicembre 2007

Norme omofobia/ Dalla padella alla farsa

Se quanto scritto nel post più sotto era già di per sé delirante, l'Italia sa sempre dimostrare che i pozzi italiani non hanno mai un fondo.
Il decreto sicurezza contiene un emendamento che punisce fino a 3 anni di galera tutti quelli che si macchiano di reati d'odio (hate crimes). Ossia, xenofobia, omofobia e altre forme di discriminazioni. L'emendamento non cita queste fattispecie di reato. Contiene invece un riferimento all'articolo 13 del Trattato di Amsterdam che elenca questi crimini.
Ma siamo proprio sicuri? Ho preso in mano il trattato UE e ho cercato l'articolo 13. Non potevo crederci. Da domani, se la norma passa, rischierà il carcere chiunque sosterrà o inciterà a sostenere CHE IL TRATTATO DI AMSTERDAM NON DURI PER SEMPRE. Probabilmente l'articolo si rivolge a tutti quei cittadini britannici in vacanza in Italia, pronti a sfoggiare il loro euroscetticismo ad ogni occasione.
I nostri parlamentari, con pigne nel cervello in quantità superiore alla norma, non sanno leggere? L'articolo del Trattato di Amsterdam anti-omofobia è il numero 2 comma 7!! (pag. 26 per chi segue il link).
Non era più semplice enumerare le categorie da proteggere anziché sbagliare macroscopicamente il riferimento al trattato? Come possono succedere simili errori??

sabato 8 dicembre 2007

Omofobia / Memoria ROM


Ho una memoria a breve di sola lettura? O mi pare di ricordare che il dispositivo di norme anti-omofobia fu presentato dal Ministro della Giustizia Clemente Mastella intorno alla fine di gennaio 2007? Mi pare ancora di ricordare che il tale se ne vantò in polemica anti-DiCo, proprio per dimostrare di non avere pregiudizi contro gli omosessuali.
NB:
No, non sbagliavo. Il diesgno di legge anti-omofobia (ora accorpato, tramite emendamento di RC al decreto legge sulla sicurezza) era stato presentato proprio da Mastella. Il quale, ora non riesce ad accettarlo. Guardate qui.
Sono fortunato. Sono in Svizzera. Se vivessi ancora a Roma, forse, mi farei esplodere come un kamikaze dentro Montecitorio.

mercoledì 8 agosto 2007

Marketing/ Paralleli inquietanti



I poster del PD con la donna che alza l'ascella "Primarie PD: Vogliamo la tua testa" ricordano terribilmente la pubblicità Borotalco "Altolà sudore!".

lunedì 30 luglio 2007

Italia/ Cosimo Mele, alla festa dell'ipocrisia


Lo ammetto. Era da tempo che attendevo un'occasione del genere. Cosimo Mele, un parlamentare dell'UDC, originario della tradizionalissima nonché cattolicissima Brindisi, è stato colto in flagrante in un Grand Hotel di Roma in compagnia di due puttane e cocaina à gogo. Una delle puttane aveva sniffato troppo e un'ambulanza si era resa necessaria. L'identità del politico, però, non era stata rivelata dai giornali. Ieri, in un insolito slancio di trasparenza, Cosimo Mele si è dimesso dalle cariche del partito, il quale ha preso le distanze da questo esemplare di meridionale libertino.
In America è fantastico quando i giornali pizzicano politici o leader religiosi intenti a contraddire con i fatti, le loro crociate verbali moralistiche. In Italia, ancora non siamo abituati. Ma è bello annotare l'ipocrisia di un partito, l'UDC, capace di mobilitare le masse per difendere i "veri valori italiani" e "la famiglia tradizionale", ma evidentemente incapace di selezionare la sua classe dirigente.
Da oggi l'UDC ci offre, insieme agli indagati per mafia della Sicilia, anche i puttanieri cocainomani. Chissà cosa ne pensa la CEI.

venerdì 6 luglio 2007

Come poteva andare/ Campioni del mondo


Un'estate irripetibile. Una festa di rumori e tre soli colori celebravano la Coppa del Mondo. Niente più destra o sinistra, tutti per le strade in un ritrovato senso di unità nazionale e fratellanza. La felice conclusione a mesi di estenuante campagna elettorale, che avevano portato all'allontanamento di Berlusconi dalla scena politica. Il simbolo della polarizzazione del Paese era stato sconfitto.

Sull'onda delle celebrazioni per la squadra di calcio, il Governo Prodi seppe interpretare la richiesta di pacificazione proveniente dalle piazze italiane. Nel mese di luglio l'esecutivo varò importanti provvedimenti di liberalizzazioni a favore dei consumatori, con il consenso dell'opinione pubblica. I sondaggi premiavano il nuovo governo di sinistra. Per questo, avendo vinto di misura a causa di una sfortunata legge elettorale, i partiti di governo ritennero conveniente di aggregarsi in forze più compatte. Nacquero il Partito Democratico, la Sinistra e i Socialisti. La nuova compattezza permise di correggere le leggi ad personam di Berlusconi e di regalare al Paese, per la fine dell'autunno, moderne leggi sul conflitto di interessi e sul riordino del sistema radiotelevisivo.

Gli elettori di sinistra erano in visibilio. Il lustro di Berlusconi sembrava già un ricordo, la popolarità del Governo era alle stelle e iniziava a fare breccia anche nell'elettorato più flessibile del centrodestra. Le promesse elettorali erano state mantenute. La destra, in disarmo, si era disfatta della leadership di Berlusconi e scimmiottava la sinistra nel tentativo di costruire anch'essa un partito unico, invano.

In questo clima di euforia, non fu difficile per il Governo approvare una Finanziaria 2007 amara, ma necessaria per il rilancio delle finanze pubbliche. Ancora una volta i sondaggi premiavano l'esecutivo, che appariva sempre più concreto e fedele al mandato ricevuto dagli elettori. Prodi convocò nuove elezioni per il marzo del 2007, che vinse con percentuali del 55%, permettendo l'estromissione dell'intransigente Mastella e degli altri movimenti che non si erano aggregati nei tre nuovi grandi partiti di sinistra. Ad aprile il governo poté presentare una nuova legge elettorale che assicurasse migliore governabilità.

Mentre l'economia riprendeva fiato e i cittadini entusiasmo, il nuovo governo Prodi presentò importanti disegni di legge nell'estate 2007: Pacs e testamento biologico; sarebbero stati approvati a breve. Nel frattempo continuavano le riforme in tema di giustizia, cittadinanza per gli immigrati, pensioni. Si avviava un riordino dell'amministrazione pubblica, con la promessa di affrontare per il 2008 i nodi dell'università e del rilancio industriale.

In breve, a distanza di anni da quel lontano luglio 2006, appare chiaro che in un Paese malato di calcio come l'Italia, quell'insperata vittoria in terra tedesca giocò un'incredibile ruolo per il cambiamento e lo sviluppo della nazione.

sabato 2 giugno 2007

L'Euro verso Est/ I nuovi membri

I 12 Paesi che sono entrati nell'Unione Europea tra il 2004 e il 2007 hanno l'obbligo istituzionale di aderire all'euro non appena soddisfatte alcune condizioni. I criteri (di Maastricht) che devono rispettare sono cinque:
1) inflazione non superiore dell'1,5% alla media dei tre Paesi dell'UE con l'inflazione più bassa
2)tassi di interesse non superiori del 2,5% al tasso della zona euro
3)deficit pubblico inferiore al 3% del PIL
4)debito pubblico inferiore al 60% del PIL, o in discesa stabile verso questa soglia
5)24 mesi all'interno dello SME-2, il meccanismo che ancora i tassi di cambio all'euro.

Il 1° gennaio 2007 la Slovenia* è stata il primo Paese a farcela ed ha quindi sostituito il tallero con la moneta comune europea. Lo scorso 16 maggio, la Commissione Europea ha dato il via libera anche a Malta* e Cipro*, affinché aderiscano il 1° gennaio 2008. Nel 2009 dovrebbe essere il turno della Slovacchia*.

Estonia, Lettonia e Lituania, pur rispettando tutti i criteri di Maastricht, presentano un'inflazione molto alta dovuta alla loro rapidissima crescita economica. Polonia e Repubblica Ceca, invece, campioni di euroscetticismo, non intendono risanare le finanze pubbliche, per poter rimanere al di fuori dell'euro il più a lungo possibile. L'Ungheria desidera entrare, ma presenta una situazione finanziaria insostenibile che permetterà l'adesione non prima del 2012-2014. Per adesso, infine, parlare di Romania e Bulgaria nell'euro è pura fantascienza, viste le condizioni di profonda arretratezza delle due economie.

Al momento, dunque, l'allargamento della zona euro è un processo graduale, che sta coinvolgendo solo dei Paesi molto piccoli, con un livello di reddito pro capite analogo a quello di Grecia e Portogallo, che sono già membri dell'euro. La gestione dell'allargamento risulta saggia. Una moneta unica richiede una certa convergenza nelle strutture economiche dei paesi che condividono la stessa valuta. La ricaduta principale è la politica dei prezzi.

Un Paese povero, investito da un boom economico, vedrà crescere il livello degli stipendi, ossia del reddito nazionale. Ciò si traduce in maggiore inflazione, in quanto i prezzi, partendo da basi relativamente basse, si adeguano al livello dei Paesi più ricchi, man mano che il Paese in questione converge verso di questi. Ma il maggior livello di prezzi e salari può intaccare la competitività di tale Paese (es: se i lavoratori romeni arrivano a guadagnare quanto gli Italiani, perché continuare a spostare le imprese in Romania, ceteris paribus?) e dunque aumenta la pressione politica alla svalutazione della moneta locale.

Nell'euro, questo non è possibile, e noi Italiani lo stiamo imparando amaramente. E' dunque un bene che i nuovi membri dell'UE aderiscano all'euro non prima di aver avviato delle politiche economiche volte ad aumentare la produttività, parallelamente alla crescita. E non prima che il loro tenore di vita si sia sensibilmente avvicinato alla media europea.

*
ai link trovate i disegni dei nuovi euro nazionali, con cui dovremo familiarizzare.

venerdì 1 giugno 2007

Il Caso Visco/ Le lettere del Giornale

Cercherò di essere imparziale e non comincerò ricordando che il Giornale è di proprietà della famiglia Berlusconi.
Detto questo, le lettere che il quotidiano pubblica con l'intento di accusare Vincenzo Visco, viceministro dell'Economia, non riesco a capire cosa stanno a significare.

Che ad ogni elezione il politico di turno rimpasti i vertici della burocrazia statale, è un fatto di per sé sgradevole, ma che in Italia è un'abitudine dura a morire. Ma che Visco abbia rimosso alcuni alti funzionari della Guardia di Finanza per insabbiare il caso Unipol è un'affermazione che non trova riscontro in queste lettere. Certo, il sospetto può essere legittimo, ricordando come Fassino non riuscisse a capire la distinzione tra operazioni di partito e operazioni di mercato, nell'estate dei furbetti. Se dovessero emergere nuovi particolari inquietanti, sarò il primo a chiedere a Visco di dimettersi, schifato e deluso. Ma appare pretenzioso e poco professionale da un punto di vista giornalistico, montare un caso sulla base di informazioni inconsistenti.

L'unica certezza che emerge da queste lettere è che la Guardia di Finanza ama scrivere in un italiano burocratese di ridicola lettura. E poi ci si chiede perché le istituzioni sono lontane dai cittadini... anche per questo!

martedì 29 maggio 2007

Bertinotti e la questione nord-operaia

All'indomani della conferma che nel Nord la Sinistra ha un appeal pari a zero (e che ora tende anche a meno infinito), il presidente della Camera Fausto Bertinotti spiega così la debacle sulla Repubblica di oggi: "Abbiamo perso al Nord perché abbiamo dimenticato gli operai". Interessante.

Sinceramente credo di più a lui. Ma forse la Sinistra continua a perdere oltre la linea del Po perché in giro continua ad esserci gente come il Fausto. In un Paese dove la Grande Industria occupa sempre meno operai e l'intera economia si rivolge ai servizi per quasi due terzi, mi sembra ragionevole che la Sinistra (quella che in teoria mira a non lasciare indietro le classi più deboli e ad assicurare ad ogni individuo una reale libertà di realizzazione) la smetta di avere il pallino dell'operaio proletario.

L'operaio proletario, a detta di ogni sociologo, quando stacca dal lavoro torna a casa a rimbecillirsi di tv, magari Mediaset e ormai non bazzica più di tanto le Feste dell'Unità. Al voto, sempre più spesso, vota a destra. L'operaio ha da tempo smesso i panni del lottatore di classe; spera anzi di diventare sempre più ricco, come ha fatto Silvio, e invidia il luccicante mondo dei vìppese del GF.

La classe che la Sinistra ha il dovere di tutelare nel XXI secolo è il piccolo borghese, l'impiegatuccio. Il precario, magari anche laureato, che arriva a fine mese con 1000 euro o poco più. Non si sposa e se si sposa non fa figli, facendo già i salti mortali per pagare il mutuo sulla prima casa. Sopravvive senza vivere, ed è il vero perdente della globalizzazione, dunque degno di tutela.

Capito, Fausto? L'operaio presto lo vedremo in compagnia delle statue di Lenin a Sobor Park. I piccoli borghesi ormai sono la maggioranza, che ti piaccia o no.