
Dato che un post di
Titollo è sfociato in una diatriba sui sistemi universitari, racconto le miei impressioni sull'istruzione in Svizzera.
Nelle classifiche internazionali, come quella stilata dalla Shanghai University, gli unici Paesi europei che vantano degli atenei di prestigio sono l'Inghilterra, la Svizzera e la Svezia. Senza dilungarmi sui meriti (e demeriti) degli altri due Paesi, posso cominciare dicendo che in Svizzera le università costano in media meno che in Italia. Gli istituti pubblici arrivano a domandare 500 euro all'anno agli studenti più ricchi. Altrimenti, esistono delle facoltà semipubbliche, come il mio
HEI, che costa 3000 euro all'anno. Alla Sapienza spendevo 1000 euro circa, ma in Italia le private come la Luiss o la Bocconi arrivano ad esigere 8000 euro. Considerando che nel mio istituto insegnano gli allievi di premi Nobel come Solow, e che a livello internazionale l'HEI gode di ottima fama (al FMI gli alumni HEI sono la comunità più grande) posso dire che la Svizzera offre un'ottima qualità a prezzi largamente accessibili.
Per quanto riguarda l'organizzazione interna dei corsi, anche qui è in vigore la Riforma di Bologna (ossia il 3+2). La differenza principale riguarda l'ordinamento degli esami. Non esistono appelli, né sessioni autunnali a settembre (retake session). Alla fine di ogni corso, qualche giorno dopo, si tiene lo scritto. La maggior parte dei professori permette di avere un esonero (midterm exam) e comunque nel voto finale rientrano anche voci quali assiduità di frequenza, risultato degli esercizi per casa, partecipazione ai dibattiti. Se il voto finale non raggiunge la sufficienza, è necessario rifrequentare il corso l'anno successivo. In ogni caso il diploma non può richiedere più di 2 anni e dunque sta allo studente decidere come organizzare i crediti nell'arco del biennio. In casi eccezionali per i quali non ci si presenta all'esame finale (es: grave malattia), è possibile che il professore conceda allo studente una data extra.
Il sistema si regge sul fatto che l'intero insegnamento si concentra sul superamento del corso da parte degli studenti. Ogni settimana ci sono 2 ore di lezione (lecture) e 2 di esercitazioni (review session). Il numero ridotto di studenti (noi siamo 13) fa sì che seguendo le lezioni e le review (entrambe obbligatorie) il grosso dello studio si faccia in classe e che si arrivi agli esami con una conoscenza assorbita gradualmente nel trimestre, senza le italianissime "chiuse" di gennaio.
Anche all'Università di Ginevra, dove la mia coinquilina studia Relazioni Internazionali, il sistema è lo stesso e gli studenti non sono mai più di 50. La differenza è che la triennale (baccalaureat universitaire) ha una soglia rigida dopo il primo anno, mentre il funzionamento dell'ultimo biennio (esami, bocciature) è identico al biennio di master. Per superare il primo anno è necessario superare i 2/3 dei crediti ECTS previsti. Altrimenti si ripete e non si possono seguire i corsi degli anni successivi. E si perdono anche gli esami superati.
L'età media dei docenti è un po' più bassa di quella italiana (50-60) ma le review session sono tenute da assistenti (TA) che in genere sono studenti del PhD. Il fatto poi che l'Università sia così prestigiosa a livello globale e che i corsi sono interamente in Inglese, attira studenti (e docenti) da tutto il mondo e questo crea un'esternalità positiva per l'apprendimento. Per me è molto buffo ascoltare micro con un TA giapponese, matematica con un indiano, macro con un'italiana e studiare accanto a una compagna thailandese, una canadese, un algerino e una greca.
Dal punto di vista della qualità dei contenuti, mi sembra ad una prima impressione, che le università italiane esprimano un ottimo livello. Il problema semmai è che sono percepite come troppo sbilanciate verso la teoria anziché la pratica. Questa considerazione fa solo rabbia, perchè significa che gli atenei italiani, con la giusta organizzazione, sarebbero di eccellenza globale. Altro handicap italiano è l'ostinazione con cui la specialistica viene impartita in italiano anche in quelle lauree dove l'inglese sarebbe preferibile (economia, fisica, ingegneria etc).
Purtroppo la sinistra italiana crede che il sistema attuale sia l'unico a garantire equità. Tuttavia, ignora terribilmente il fatto che LA MOBILITA' DI CLASSE E L'UGUAGLIANZA SONO AI MINIMI STORICI in Italia. E ciò significa che qualcosa nella nostra università si è rotto, dato che questa non assicura più una meritocrazia ugualitaria. Ma anzi, rinfocola le disparità.
Pensando al mio caso personale, credo che il problema non sia che in Italia la laurea equivalga a un pezzo di carta igienica. Per molte professioni e per fare carriera accademica è sufficiente studiare in Italia. Il problema sorge quando le ambizioni ti portano a mirare alto (organismi internazionali in economia, ricerca nelle materie scientifiche, etc). Non resta che emigrare a quel punto. E qui si capisce che il sistema universitario italiano non è più capace di portare i propri cittadini al top del mondo.
Naturalmente, l'edificio nella foto è la sede dell'HEI a Ginevra: Villa Barton, in riva al lago.